Il totem del lupo – Jiang Rong. Recensione del libro
Inizio con il dire che questo libro mi ha colpita molto per l’intensità del messaggio e per la crudezza con cui viene trasmesso. È una lettura lunga (più di 600 pagine) e a tratti impegnativa, perché nonostante la traduzione sia abbastanza scorrevole, bisogna continuamente prendere nota di enormi differenze culturali e storiche, quindi in certi punti è necessario soffermarsi un attimo per riuscire a comprendere, se non a fondo, almeno in maniera non superficiale l’ambientazione, la mentalità dei protagonisti e tutto ciò che ne deriva. Le note aiutano molto e sono indispensabili, perché molti riferimenti alla letteratura cinese sono praticamente sconosciuti per chi non si è già avvicinato alla storia e alla cultura orientale.
Chen Zhen, giovane intellettuale di Pechino, viene invitato in Mongolia per diffondere tra la popolazione locale i principi del neonato regime comunista. Le steppe sono un territorio notoriamente isolato e remoto ma nulla poteva preparare Chen Zhen a quello che lo attendeva. Si troverà infatti di fronte a gente nomade e fiera, ma sopratutto poco disposta a misurarsi con interlocutori diversi dal lupo, l’eterno avversario della steppa che è al tempo stesso nemico, spirito benefico e simbolo di un’esistenza dedita sì all’aggressione ma anche alla cooperazione e all’armonia con la natura.
(Fonte http://www.anobii.com/books/Il_totem_del_lupo/9788804560579/01ced12447bcd99955/)
La trama è la seguente: Chen Zhen si sistema nella prateria mongola, viene folgorato dal lupo, al punto che decide di catturare un cucciolo e di allevarlo. Il fatto è che allo stesso tempo l’azione è poca, ma è anche tantissima, nel senso che non si tratta di un’avventura nel senso stretto della parola, ma più della vita in generale. Perché ogni cosa ha delle conseguenze e nella prateria queste sono molto più evidenti per via del delicato ecosistema. Ogni mutamento può essere fatale, ogni animale è legato agli altri, il mantenimento della catena alimentare è fondamentale; anche se le perdite degli allevatori si aggirano attorno al 60% – 70% solo a causa dei lupi, questa non è comunque una buona ragione per sterminarli.
Finalmente un libro che ha qualcosa da dire. Nonostante una vera trama non ci sia, le 653 pagine scorrono veloci. All’inizio sembra un po’ di essere a spasso per la prateria con Piero Angela, poi però si comincia ad entrare nell’ottica di quella vita dura, ma vera. Il primo incontro con i lupi è quasi fiabesco, Chen Zhen cavalca nella notte e si ritrova circondato dal branco, si salva solo grazie al sangue freddo del cavallo. Non mi capitava da tempo di trovare un libro così significativo e coinvolgente, mi sono persino commossa negli ultimi capitoli. Non è un libro che si dimentica, lascia un messaggio forte e attuale, non solo sul rapporto natura-uomo, ma sul modo di affrontare la vita in generale. Anche quando sembra che non stia accadendo nulla, non è così perché la vita sta continuando e anche se Chen Zhen è nella sua tenda a leggere, i lupi cacciano, i topi scavano e le mandrie brucano l’erba.
Chen Zhen fa parte di un gruppo di intellettuali cinesi provvidenzialmente allontanati con la scusa di educare la popolazione mongola, in realtà, molti in quel gruppo avevano già avuto qualche problemino con il governo a causa di idee e interessi troppo occidentali, se non direttamente almeno tramite un famigliare. La storia si incentra sulla prateria mongola in sé più che sui personaggi, che sono solo un mezzo per filtrare la vera protagonista incontrastata: la natura. La natura agisce tramite le sue manifestazioni concrete, la prateria e i suoi abitanti, in primis il lupo, il vero dominatore non solo della prateria, ma del mondo intero. Anche dove i lupi sono stati ormai sterminati, i loro insegnamenti perdurano e vengono impiegati in guerra e nel commercio. L’uomo ha lentamente imparato le tattiche del lupo e le sfrutta in proprio favore; i paragoni fra la mentalità del lupo e quella delle pecore non mancano, con riferimenti al contesto sociale da cui proviene Chen Zhen, che rimprovera il comportamento da pecora dei cinesi e riconosce invece il carattere del lupo non solo nel popolo mongolo, ma anche nei grandi conquistatori delle epoche passate.
Il vecchio Bileg, il pastore mongolo che adotta Chen Zhen, è fonte di grande saggezza e cerca di inculcare nello studente cinese i principi che regolano la vita della prateria. Per quanto mi riguarda, Bileg ha avuto successo, ma non solo con Chen Zhen, perché anch’io continuavo leggere perché volevo sempre saperne di più, finché non sono andata a cercarmi altre informazioni sulla Mongolia, la vita nelle yurte e la prateria… la passione per i lupi e per il regno animale in generale ce l’avevo già, quindi su questo fronte il mio interesse è stato solo accresciuto!
È importante notare che questo libro, ancora più di tutti gli altri, ha bisogno di incontrare il lettore giusto, uno paziente e interessato alle dinamiche della natura e amante delle descrizioni. Il lettore frettoloso si annoierà dopo le prime 10 pagine. Lo stile è molto descrittivo e a tratti ripetitivo; i concetti principali vengono infatti ribaditi molte volte, sia da Bileg che da altri personaggi e, infine, anche dallo stesso Chen Zhen. L’introspezione psicologica dei personaggi è minima, perché comunque sono tutti al servizio della natura, è lei il vero oggetto del libro. Le descrizioni dei paesaggi sono efficaci anche se non particolarmente poetiche, le distese della prateria e i pascoli verdi si formano con facilità nella mente e si vedono senza particolari sforzi gli stalloni che lottano contro i lupi, o cigni che volano e, purtroppo, anche la distruzione apportata dall’uomo. Il modo in cui l’uomo distrugge senza il minimo riguardo quella natura incontaminata fa stringere il cuore, soprattutto sapendo che è tutto vero e che continua a succedere.
Non voglio rivelare la fine, né lasciare anticipazioni eccessive, perché vista la scarsezza della trama in sé, non voglio rovinare i pochi punti in cui davvero si vuole scoprire che cosa succede. Mi limito a dire che la vicenda del lupacchiotto è toccante in ogni suo aspetto. Il giovane intellettuale cinese è talmente ossessionato dal lupo, che va a rubare i cuccioli in una tana, ben sapendo che i compagni di cucciolata verranno uccisi per evitare che crescano e danneggino il bestiame, come ben sa che incontrerà l’ostilità di tutta la comunità: un conto è rispettare il nemico, un altro è allevarlo in casa. Chen Zhen si occupa del lupetto con la maggiore dedizione immaginabile e il cucciolo ha molto da insegnargli, il suo istinto è forte, il suo carattere è selvatico e selvaggio, inarrestabile. Quando impara ad ululare poi, fa una grandissima tenerezza.
L’unica cosa che non mi è piaciuta di questo libro è la crudezza, però mi rendo conto che è necessaria alla trasmissione del messaggio. Per esempio, ne avrei fatto a meno di sapere che per uccidere i cuccioli di lupo, i cacciatori li prendono e lanciano in aria fino a farli sfracellare al suolo; come avrei fatto a meno della descrizione dei loro guaiti nell’aria mentre la loro anima vola verso il cielo. Lascia una grande tristezza. Io non sono un’amante delle storie tristi, perché poi rimango influenzata per tutto il giorno da quello che ho letto, però «Il totem del lupo» è un libro arricchisce così tanto che, alla fine, ne vale la pena. A livello umano si imparano tante cose della cultura nomade e del conflitto con quella sedentaria, per non parlare delle dinamiche della prateria, sembra davvero un viaggio con Piero Angela. Poi, una volta passata la meraviglia suscitata dal paesaggio, ci si accorge almeno di uno dei messaggi di fondo, il più forte: l’uomo, ovunque va, devasta la natura, anche l’ecosistema più tenace viene distrutto dall’uomo. Salvare la natura è possibile, ma questo richiede impegno e soprattutto è necessario mettere da parte gli interessi economici, altrimenti tutto si trasformerà in deserto.
Io consiglio questo libro a chi non ama solo l’avventura, ma anche la riflessione e, soprattutto, agli amanti della natura e dei lupi. Trovo che sia adatto a chi si vuole avvicinare un po’ alla cultura orientale, ma questo non è proprio il mio campo e sono certa che ci sono libri più adatti di questo. «Il totem del lupo» rimane comunque un gran bel libro e non lo dimenticherò. Non so se lo rileggerò in futuro, ma sicuramente avrà sempre un posto di riguardo nella mia libreria.
Articolo interessante a proposito di questo libro: http://www.tuttocina.it/fdo/totemlupo.htm
Voto: 5/5

